Dopo un respiro della durata di un quarto d'ora e dopo un'ora di raccoglimento dei miei neuroni – invitati gentilmente a non scassare la minchia e a non imporre riflessioni balzane e patetiche piuttosto e anziché no – comincio a scrivere questo benedetto post. Post anche nel senso di dopo, di mood alba del giorno dopo. Così ci riprovo, a non tediare più nessuno con le mie menate da cuore infranto. Meglio quelle da portafogli vuoto, visti i tempi. (OK, da un po' mi pagano di più, e io compro più vestiti. Il risultato è che sono sempre al verde, ma almeno ho fatto incetta di saldi.)
Dicevamo? Ah sì, parliamo di cose serie. Di Genova, magari, e della bella mostra su De Andrè realizzata da quei geniacci di Studio Azzurro. Vista nonostante il vento e il freddo della città, e della mia valigia verde fosforescente (era quella che costava meno, anche voi avreste fatto lo stesso, vero?). Più che una mostra, una messa cantata. Che non aggiunge niente a chi conosce Faber tanto da sentirlo un fratello, un amico tanto fragile da vederlo simile a se stesso. Ma ha il potere di evocare, di farti dimenticare che sono passati dieci anni da quel giorno in cui eri in cameretta, e tua mamma ti chiama per mangiare e il TG1 ti dice quello che non ti aspetti, che ti fa restare zitta zitta per due ore, a pensare. Eccomi di nuovo a casa (vestita in maniera indegna, diciamolo) a chiamare il mio ragazzo e a chiedere un conforto che non può arrivare. E che arriva solo dalla musica...
Già, la musica. Sono tornati i Franz Ferdinand, niente da dire se non che non ho ancora capito se ci fanno o ci sono. Però al concerto ci vado, eccome se ci vado...
E poi. Quei gran bastardi dei Glasvegas. Che mi ricordano che it's my own cheating heart that makes me cry... stronzi.